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Affile: i personaggi illustri

Affile ha dato i natali a numerosi personaggi che si sono distinti nel campo militare, della letturatura, della politica, della medicina, dell'arte, della musica e della religione.

I personaggi illustri di Affile sono:

  • Lucio Affilano
  • Marco Valerio Admeto
  • Persio Floriano
  • Quirico
  • Rutilio Scotti
  • Cesare Catarinozzi
  • Giuseppe Catarinozzi
  • Giovanni Catarinozzi
  • Bartolomeo Titocci
  • Padre Domenico Mosetti
  • Sante De Sanctis
  • Don Salvatore Marsili
  • Ignazio De Romanis
  • Rodolfo Graziani
  • Vittorio Puccinelli
  • Monsignor Giovanni Rossi
  • Giulio Cesare Graziani 

Lucio Affilano è appartenuto alla “Tribù Aniense”, fu cavaliere e luperco designato. In suo onore e per i suoi meriti, gli fu realizzato un monumento a spese pubbliche.

Marco Valerio Admeto fu ambasciatore dei pretori e dei consoli romani. Vicino alla Chiesa cattedrale esiste una lapide eretta dalla figlia Valeria Quinta e dalla moglie Valeria Simferusa a Marco Valerio Admeto, Viatore (battistrada) del pretore e del console.

Persio Floriano fu illustre Capitano di ventura del XV secolo, un valoroso condottiero e capitano di eserciti mercenari al soldo di principi dell'epoca, soprattutto stranieri. Teatro delle sue imprese fu in particolar modo l'Ungheria.

Quirico, noto anche come Chirico di casa Monaci, fu pittore di grande talento a cui, l'abate commendatario del Monastero sublacense, affidò la decorazione degli interni della Rocca Abbaziale di Subiaco. Morì durante il pontificato di Clemente VII Medici (1523-1534).

Rutilio Scotti si  definiva "Pittore e Cosmografo", discendente da una famiglia di letterati vissuto a cavallo dei secoli XVI e XVII, fu anche scrittore e poeta. Amò tanto questa sua terra da dedicarle numerosi scritti. Al 1600 risale la testimonianza scritta di Rutilio Scotti, in cui descriveva la bontà del vino Cesanese ma anche le sue caratteristiche medicamentose. Uno dei suoi scritti fu “Descrittione et historia dell'Abbadia di Subiaco". La copia manoscritta, redatta nel 1615, ma mai stampata, è conservata nella Biblioteca Apostolica Vaticana.

Cesare Catarinozzi (1660-1743) fu un famoso e geniale costruttore di organi, tanto da meritarsi l’appellativo di "Stradivari dell’organo". Egli operò principalmente nelle chiese e nelle cattedrali dell'Italia centromeridionale. Fu fabbricatore di molti organi come quelli della cattedrale di Santa Scolastica di Subiaco, quello della chiesa di Sant’Anna dei Lombardi (Santa Maria di Monteoliveto) a Napoli, quello monumentale del Monastero Benedettino di Montecassino del 1697, quello della Cattedrale di Anagni e quello maggiore della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Fu l’inventore di un tonometro che serviva (1858) come regolatore per tutti i fabbricanti di organi d’Europa.

Giuseppe Catarinozzi(1628-1684) fu il capostipite della famiglia affilana. Giuseppe, padre di Cesare, si formò con Bonifazi Ennio di Cerreto di Spoleto, già celebre costruttore di organi in Roma, di cui ne rilevò il laboratorio e la nomina a vita di "custode dell’organo di Santa Maria in Aracoeli". Di Giuseppe Catarinozzi è la costruzione dell’organo della Chiesa di Santa Maria in via Lata a Roma (in via del Corso), realizzato nel 1652.

Giovanni Catarinozzi  fu l'ultimo della dinastia dei celebri costruttori di organi, a cui si deve la costruzione dell’organo della Cappella della Cattedrale di Anagni e alla cui scuola si formarono molti allievi, tra i quali gli Spadari e i Gaetani di Affile, attivi e famosi organari fino al 1857. Tale fu la fama raggiunta dalla famiglia Catarinozzi che ancora oggi alcune parti dell’organo vengono chiamate con il loro nome "Registro Principale Catarinozzi".

Sempre ai Catarinozzi si fa risalire anche l’organo della chiesa parrocchiale di Santa Felicita Martire di Affile del XVII secolo. A questi geniali costruttori si deve anche l’invenzione di un particolare meccanismo detto "tiratutti", presto imitato ed usato dagli altri costruttori di organi: meccanismo che permette all'organista di inserire o disinserire in una sola mossa tutte le file.

Bartolomeo Titocci fu professore di clinica chirurgica all'università di Roma e primario all’ospedale di San Giacomo in Augusta. Per primo tentò la resezione del mascellare inferiore. Fu iscritto e frequentò le principali Accademie d'Europa. Morì nel 1849.

Padre Domenico Mosetti assunse il titolo di Provinciale degli Scolopi, fu insegnante di lettere a Firenze. Letterato ed oratore insigne, divenne presto noto nel campo degli studiosi.

Sante De Sanctis, vissuto verso la fine del XVI secolo, fu un letterato e segretario e consigliere privato del cardinale Marc'Antonio Colonna di Palestrina.

Don Salvatore Marsili  fu abate benedettino, pioniere del movimento liturgico italiano post-concilio, fondatore dell’Istituto liturgico all’ateneo S. Anselmo, fu professore di teologia liturgica alle università lateranense e gregoriana ed insigne scrittore di opere di spiritualità, dal 1978 fu presidente dell’Associazione Professori di Liturgia.

Ignazio De Romanis fu Vicario generale della Diocesi di Palestrina.

Il Maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani (1882-1955) fu tra i maggiori protagonisti dei burrascosi eventi del periodo incluso tra i due conflitti mondiali. Nato a Filettino, si spense ad Affile.

Vittorio Puccinelli (1890-1951) fu primario chirurgo dell'Ospedale San Giovanni di Dio di Firenze e poi al Policlinico Umberto I di Roma. Fu professore aggregato alle Università di Firenze e di Roma, incaricato di Patologia Chirurgica a Roma. Vittorio Puccinelli ha dominato l’intero campo della chirurgia, ma soprattutto quello della chirurgia addominale, a cui ha contribuito con uno straordinario numero di interventi e numerose pubblicazioni. Insieme a suo fratello Angelo fu medico privato di Benito Mussolini.

Monsignor Giovanni Rossi fondò la Cassa Rurale, l'Asilo infantile e l'Orfanotrofio "Teresa Puccinelli Felici".

Giulio Cesare Graziani (1915-1998) nato ad Affile e morto a Roma. Fu Medaglia d'Oro al Valor Militare. Generale e pilota di caccia, aerosiluranti e bombardieri durante la seconda Guerra mondiale. Una targa posta a Roma recita “Eroe della II guerra mondiale e della guerra di liberazione nazionale”

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Tivoli - Villa Adriana

L'IMPERATORE ADRIANO

Adriano fu proclamato imperatore nel 117 d.C. alla morte di Traiano, che era stato suo tutore. Aveva quaranta anni quando sali al trono. Originario della Spagna come Traiano, si dedicò immediatamente a risolvere i problemi militari lasciati insoluti dal suo predecessore, a differenza del quale scelse una sostanziale strategia di difesa e di contenimento dei confini dell'impero invece di grandi imprese guerresche. Colto e intellettuale, si distinse per la cura con cui si sforzò di creare una buona ed efficiente organizzazione burocratica dello Stato. La revisione e la semplificazione delle leggi e dei meccanismi burocratici a cui diede inizio gli permisero di dedicarsi personalmente a molte attività collaterali. Dopo quattro anni dall'incoronazione iniziò a ispezionare personalmente le province dell'impero compiendo lunghissimi viaggi che durarono anche parecchi anni. Fu uomo di pace e accorto osservatore delle situazioni. Ove occorreva si poneva alla testa delle guarnigioni, dava vittoriose battaglie e studiava tutte le necessità logistiche con gli esperti: costruì ponti e strade in Gallia, riorganizzò le guarnigioni in Germania e costruì un grande vallo difensivo in Britannia. In Egitto costruì Antinopolis, una città attestata sul Nilo e collegata da antiche vie carovaniere ai mercati del Mar Rosso. La leggenda vuole che quivi morisse il giovane e bello Antinoo, suo preferito e fedele accompagnatore, in onore del quale e a suo imperituro ricordo dedicò la città. Tra le sue grandi attività edilizie a Roma si ricordano: il rifacimento del Pantheon distrutto da un'incendio; l'avvio della costruzione del Tempio di Venere e Roma e il capolavoro per ricchezza e fantasia architettonica che è appunto la Villa nei pressi di Tivoli. In questa splendida residenza, sviluppata intorno ad una precedente costruzione, l'imperatore passò gli ultimi anni del suo regno, dedicandosi agli incontri con filosofi e intellettuali intrattenendoli con ospitalità presso di se e disputando con loro di vari argomenti. Volle dedicarsi ancora in vita alla costruzione della propria tomba (il gigantesco mausoleo che è oggi "Castel Sant'Angelo") ponendola sulla riva destra del Tevere, con un apposito ponte (Elio) per raggiungerla. Morì nel 138 d.C. a sessantadue anni nominando successore Antonino e lasciandogli un Impero consolidato e prestigioso.

STORIA DELLA VILLA

La villa realizzata dall'imperatore Adriano occupa, con una estensione di circa 120 ettari, un ampio pianoro alle pendici dei Monti Tiburtini, a sudovest di Tivoli. Il complesso si presenta come una serie di edifici a carattere monumentale, dispersi nella natura e con essa intimamente fusi. La perfetta compenetrazione tra struttura architettonica e paesaggio e l'articolazione tra i singoli blocchi edilizi e gli spazi destinati a giardino, apparentemente casuale (ma che al contrario è il frutto di un attento studio dei luoghi) fanno di villa Adriana un'eccezione nella storia dell'architettura antica. L'importanza storica e artistica del complesso contrasta singolarmente con il silenzio quasi totale delle fonti letterarie antiche, le poche notizie tramandate hanno alimentato tradizioni e leggende spesso prive di reale fondamento storico. Un passo di un tardo biografo del IV secolo d.C. riferisce che Adriano chiamò le varie parti della Villa con i nomi dei più famosi luoghi delle province romane. Si è più volte interpretato questa notizia come se l'imperatore avesse fatto eseguire copie fedeli dei siti da lui visitati. In realtà non si tratta di rigide imitazioni ma di autonome e originali creazioni ispirate a modelli celebri. Un'altra leggenda vede nel complesso tiburtino un'opera della vecchiaia dell'imperatore, mentre è certo che la Villa fu realizzata nei primi anni del suo regno. Da un breve passo dello scrittore Aurelio Vittore si può dedurre che l'imperatore intervenne direttamente nell'architettura della Villa, confermando in tal modo un'altra notizia che vuole Adriano architetto e realizzatore del complesso. Lo studio delle strutture ha fornito elementi preziosi e fondamentali per l'inquadramento cronologico e per il riconoscimento delle fasi costruttive. Un primo dato importante è che il complesso adrianeo fu preceduto da una villa di età repubblicana (fine II inizi I secolo a. C.), forse pervenuta in proprietà della moglie dell'imperatore, Vibia Sabina. Il palazzo adrianeo si sviluppo a partire da tale nucleo più antico, che rimarrà sempre il cuore della residenza imperiale.La Villa fu realizzata interamente entro i primi dieci anni del regno di Adriano; in particolare si è dimostrato che i lavori ebbero inizio subito dopo l'arrivo a Roma del nuovo imperatore, verso la metà del 118 d.C. Le fasi edilizie e gli edifici relativi possono essere cosi sintetizzati:

I° fase (118 -125): Biblioteche; complesso settentrionale del Palazzo orientale (Basilica, Biblioteca); Cortile delle Biblioteche; Ospitali e edificio annesso; Giardino a sudest del Palazzo (padiglione a nordest della Piazza d'Oro); Terme con eliocamino; Teatro marittimo; Stadio con costruzioni annesse; Caserme dei Vigili; Grandi Terme.

II° fase (125 -133): Piccole Terme; Complesso centrale del Palazzo orientale; Palazzo occidentale; Torre di Roccabruna; Piazza d'Oro; Pretorio, Vestibolo; Cento Camerelle e Pecile; Padiglione verso Tempe; Canopo; Cortile a est dello Stadio. Gli edifici della Villa sono costruiti in genere in opera mista (blocchetti piramidali di tufo e fasce di mattoni) e talvolta in solo laterizio. Un aspetto della Villa che è stato di recente esaminato è l'esistenza di un vero e proprio sistema di vie sotterranee, alcune carrabili, altre pedonabili. Si tratta di una sorta di rete sotterranea di servizio che poteva funzionare in modo indipendente, senza intralciare il livello sovrastante, ufficiale e di rappresentanza.

 

mappa

 

1. Pecile: vasto quadriportico (m. 232 x 97) con i lati brevi curvilinei e giardino centrale con piscina, destinato alle passeggiate, come attesta un'iscrizione trovata nei pressi. L'orientamento estovest permetteva di sfruttare il portico sia come passeggiata estiva (lungo il lato nord) sia come passeggiata invernale (lungo il lato sud).

2 Cento Camerelle: serie di ambienti disposti su più piani che costituivano la poderosa costruzione della parte occidentale del Pecile. Sono collegati agli edifici soprastanti mediante un sistema di gallerie sotterranee. Queste stanze erano probabilmente destinate ad abitazione degli schiavi impiegati nel servizio della villa.

3. Piccole Terme: comprendono una sala ottagona con pareti convesse e piane, identificabile forse come apodyterium, una piscina con lati absidati, il tepidarium, il frigidarium, con due grandi piscine absidate e la natatio. Si tratta con ogni probabilità di un complesso termale destinato esclusivamente alle donne.

4. Vestibolo: si tratta di un edificio inserito tra le Piccole e le Grandi Terme, di cui restano poche tracce. Esso va interpretato in parte come ginnasio e in parte come larario, centro del culto imperiale.

5. Grandi Terme: complesso termale maschile. Lungo il lato ovest corre un corridoio esterno con i forni (praeturnia). Nella grande sala circolare va forse riconosciuto il bagno turco (sudatio) poiché non presenta impianti idraulici. Verso sud si succedono il tepidarium, il calidarium e una sala con tre piscine. A est del tepidarium è una grande sala con volta a crociera decorata a stucchi. Al centro è il frigidarium con due piscine, rettangolare e semicircolare. Entrambi i complessi termali dovevano essere destinati al personale di servizio.

6. Pretorio: è un grande complesso di tabernae a più piani forse abitazioni del personale di servizio e magazzini.

7. Canopo: il suggestivo e famoso complesso occupa una stretta e lunga depressione naturale, che fu regolarizzata e rinforzata con muri a contrafforti e sostruzioni precedute da tabernae (in cui è stato ricavato il Museo della Villa). Il centro della valle è occupato da un lungo canale (m. 119 x 18) con il lato nord curvo, circondato da un colonnato con architrave mistilineo, ai lati corrono altri due colonnati. Lungo il lato ovest le colonne centrali sono sostituite da sei cariatidi, quattro delle quali sono copie di quelle dell'Eretteo sull'Acropoli di Atene; le altre due raffigurano Sileni (si tratta di calchi in cemento, gli originali sono esposti al Museo, come il resto della decorazione rinvenuta entro il canale). Verso il lato curvo sono altre statue: il Nilo, il Tevere, un coccodrillo. Gli spazi tra le colonne sono occupati da statue di Ares, Athena, Hermes e due Amazzoni. A sud del canale è una piscina rettangolare, con ambienti laterali, che termina con quattro colonne sormontate da una cornice mistilinea. Sul fondo è un grande ninfeo (il Serapeo) a esedra semicircolare, prolungato da un corridoio, con volta a botte, che termina con un'abside. L'esedra, coperta da una semicupola a spicchi concavi e piani, presenta una serie di nicchie, quattro delle quali costituivano altrettante fontane a cascata, le altre erano occupate da statue. L'edificio va identificato come una grande sala estiva per banchetti (cenatio). La pianta si ispira a quella dei templi del culto egiziano. Questo elemento, la presenza del canale e le numerose statue egittizzanti permettono di identificare il complesso con il Canopo, ispirato al canale che univa Alessandria di Egitto alla città di Canopo, dove era un celebre tempio di Serapide.

8. Torre di Roccabruna: l'edificio occupa parte della collina che sovrasta a sud ovest la valle del Canopo; è costruito in mattoni e filari di blocchetti di tufo. A pianta quadrata esternamente, comprende all'interno una sala ottagona in cui si aprono tre alcove alternate con nicchie semicircolari. Al di sopra esisteva probabilmente un secondo piano sormontato da una cupola. Si tratta di una torre isolata, situata in uno dei punti più panoramici del complesso.

9. Accademia: piccolo palazzo autonomo che occupa parte della collina sovrastante il Canopo. Sono oggi visibili modestissimi resti. L'ambiente meglio conservato è il cosidetto Tempio di Apollo: una vasta sala semicircolare con semicolonne in laterizio e nicchie semicircolari e rettangolari. Da questo complesso provengono alcune delle più famose opere d'arte scoperte nella Villa (i Centauri in marmo nero, il Satiro in rosso antico, il Mosaico delle Colombe, ora ai Musei Capitolini in Roma).

10. Stadio: è in realtà un grande ninfeo, a forma di stadio, comprendente un giardino porticato, al quale si appoggia un gruppo di tre ambienti; un edificio con vasche per piante; un'area centrale libera e una grande fontana ad esedra alimentata da due canali che scorrono per tutta la lunghezza del complesso.

11. Edificio con tre Esedre: grande ambiente con ricca decorazione marmorea, forse una sala da pranzo (cenatio) per banchetti ufficiali, utilizzato soprattutto nella stagione estiva e caratterizzato da tre ampie esedre porticate e da fontane.

12. Palazzo Invernale: complesso di edifici con grande cortile porticato, in origine con 40 colonne di marmo innalzate su un podio che include parte di un sottostante criptoportico. Si conservano tracce di pitture e firme di celebri visitatori (tra cui quella di Piranesi).

13. Piazza d'Oro: complesso di ambienti di rappresentanza. Si tratta di uno dei più straordinari edifici della Villa, vario e articolato nella disposizione planimetrica e nella struttura architettonica. Si accede all'edificio tramite un vestibolo a pianta ottagonale, in cui si aprono nicchie alternativamente rettangolari e semicircolari. La copertura è costituita da una cupola a spicchi, sostenuta da archi poggianti su mensole, terminante con una apertura centrale, circolare. Ai lati del vestibolo sono due piccoli ambienti quadrati, coperti a crociera, con nicchie semicircolari e rettangolari. Il vestibolo immetteva al grande Peristilio (m. 61 x51) circondato da un portico a due navate, con colonne alternate di marmo cipollino e di granito verde egiziano; il muro di fondo del portico è costituito da archetti su lesene, con colonne addossate. La muratura era originariamente rivestita di intonaco. Esternamente al portico, sui lati est e ovest, corrono due criptoportici; l'area centrale del Peristilio era occupata da una lunga vasca in posizione assiale, ai lati della quale erano giardini. Sul lato sud è un complesso di costruzioni comprendenti un cortile centrale (forse un triclinio estivo) a pianta ottagonale a lati sinuosi, alternativamente concavi e convessi, ognuno sostenuto da due colonne. Sul lato di fondo è presente un grande ninfeo semicircolare, con nicchie rettangolari e semicircolari, occupate da fontane; ai lati piccoli ninfei e cortili.

14. Sala dei Pilastri Dorici: ampia sala rettangolare (m. 32 x 23), vera e propria Basilica, che deve il nome moderno alla presenza di un portico a pilastri con basi e capitelli dorici. La parte centrale della sala presentava un secondo piano, in cui si aprivano ampie finestre, e doveva essere coperta con una volta a padiglione.

15. Sala del Trono: grande ambiente con abside, forse destinato alle solenni sedute della corte imperiale, cui si accedeva tramite una sala rettangolare con due colonne tra le ante, fiancheggiata da due corridoi su ogni lato.

16. Caserma dei Vigili: piccolo edificio esterno al Palazzo, costituito da due gruppi di tre ambienti ciascuno, con volte a crociera, aperti su un cortile rettangolare, con pavimento a mattoni. Il lato sud è occupato da un'unica grande sala divisa in tre sezioni, ognuna con volta a crociera. L'edificio presentava un secondo piano, poggiante su mensole di travertino e in ogni ambiente si aprivano due strette feritoie. Era probabilmente destinato ad abitazione della servitù del Palazzo.

17. Villa repubblicana: si estende a sud del Cortile delle Biblioteche. La fase più antica può essere datata alla fine del 11 secolo a.C.; si possono inoltre individuare due altri periodi costruttivi: uno della prima metà del I secolo a.C. e uno forse di età augustea. Verso il centro del podio della Villa è un'apertura che dà accesso ad un criptoportico a quattro bracci (galleria sotterranea), in cui si conserva parte del pavimento a mosaico e della decorazione della volta, in tessere di marmo e di pasta vitrea, con fasce laterali a motivi vegetali e animali. Il piano superiore conserva i resti delle strutture repubblicane e ampi rifacimenti adrianei, che costituiscono una parte importante del Palazzo imperiale, con funzioni di rappresentanza. Il lato occidentale del palazzo era probabilmente destinato a giardino. Alle estremità nord e sud sono due gruppi di ambienti aperti verso l'esterno (esedre, triclinio estivo, peristilio, ambienti di rappresentanza).

18. Terme con heliocaminus: è il più importante complesso termale annesso al Palazzo. Comprende un calidarium con vasca semicircolare, un frigidarium e una piscina con portico. All'angolo sud è un ambiente particolare che ha dato il nome al complesso: si tratta di una sala circolare coperta da una cupola a cassettoni, con una grande vasca circolare. La presenza di grandi finestre sul lato sud ovest ha suggerito l'identificazione dell'ambiente con un heliocaminus, cioè una sala riscaldata dal sole. In realtà la presenza dell'impianto per riscaldamento ad aria calda indica che la sala più probabilmente era destinata a bagni turchi.

19 Sala dei Filosofi: probabilmente è una biblioteca, cui si accede direttamente dal Teatro marittimo. Consta di una vasta aula rettangolare in cui si aprono sette nicchie destinate agli armadi per i libri.

20. Teatro marittimo: nome fantasioso attribuito ad un edificio circolare con portico ionico, all'interno del quale corre un canale anulare che circonda una piccola isola su cui è costruita una villa in miniatura, comprendente un vestibolo curvilineo un peristilio a lati concavi con fontana centrale, un tablino con stanze annesse, una piccola terma con apodyterium, frigidarium, calidarium e latrina. Questo padiglione era probabilmente un luogo destinato al ritiro e all'isolamento, e agli studi cui Adriano amava dedicarsi.

21. Cortile delle Biblioteche: la zona più antica del Palazzo dominata a sud dal podio della villa repubblicana e a nord da due edifici, ritenuti un tempo biblioteche, che hanno dato il nome al complesso. Si tratta di un vasto peristilio, con ninfeo al centro del lato nord (appartenente alla fase repubblicana). Le due Biblioteche sono in realtà due triclini estivi, collegati da un portico trapezoidale e circondati da ambienti minori. La "Biblioteca latina" (a est) è costituita da due sale precedute da un vestibolo a facciata curva: la prima sala a pianta quadrata presenta alcove su tre lati ed è coperta con volta a crociera; la sala più interna è absidata e con volta a botte. La "Biblioteca greca" è anch'essa composta da due ambienti: il primo con quattro alcove; il più interno con tre, sormontato da un secondo piano. Ambedue le sale sono coperte da volte a crociera.

22. Ospitali: due gruppi di cinque stanze (la presenza di alcove per i letti permette di identificarli come cubicoli), destinati a dormitori dei pretoriani che dovevano difendere l'ingresso del Palazzo. Presentano pavimenti a mosaici con motivi geometrici e vegetali. Verso sud sono le latrine e un grande ambiente, forse adibito al culto imperiale.

23. Terrazza di Tempe: forse il vestibolo principale della Villa. E' costituito da un ampio belvedere, con ambienti laterali (forse i posti di guardia dei pretoriani), che sovrastava una profonda vallata nella quale si è identificata la zona battezzata da Adriano con il nome della celebre valle della Tessaglia.

24. Tempietto di Venere: edificio templare di modeste dimensioni, a pianta circolare, inserito in una grande esedra semicircolare. Il rinvenimento di una copia dell'Afrodite Cnidia di Prassitele permette di identificare il modello dell'edificio: si tratta del tempietto circolare di Cnido, che ospitava l'originale della celebre statua.

25. Teatro Greco: piccolo edificio per spettacoli (m. 36 di diametro) di cui si conserva parte della cavea e di un ambulacro anulare. Sulla sommità delle gradinate, in posizione centrale, sono visibili i resti di un piccolo vano, forse destinato al culto.

Genazzano

 

 

 

Genazzano sorge alle pendici dei Monti Prenestini, in una posizione strategicamente dominante sulla Valle del Sacco,  immerso in un paesaggio caratterizzato da boschi di castagni e ulivi. Il nome compare per la prima volta nei documenti nel 1022 e deriva probabilmente dalla geni Genucia, proprietaria di un praedium Genucianum sul territorio, luogo prescelto da molti Romani delle famiglie patrizie per la loro villeggiatura.
A partire dal X secolo è testimoniato un insediamento sul territorio, e le Chiese dei Santi Stefano e Lorenzo (l'attuale Santa Croce) e di Santa Maria risalgono proprio a questo periodo.
Nel 1151 papa Eugenio III cedette il possedimento ai Colonna, il cui ramo locale acquisì il titolo principesco e detenne il possedimento, anche se fra alterne vicende, fino a quando, all'inizio del XIX secolo, furono aboliti i privilegi feudali.
Nel 1365 a Genazzano nasce Oddone Colonna, che fu eletto papa a Costanza col nome di Martino V, il pontefice che pose fine allo Scisma d'Occidente, restituendo prestigio e potere alla Chiesa di Roma. Martino V curò con attenzione le sorti della sua cittadina natale curando tra l'altro il restaurò del Castello e dell'abitato.
Per un breve periodo, tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo, durante il pontificato di Alessandro VI Borgia, Genazzano passò alla famiglia del pontefice e vi restò fino all' elezione di Giulio II, nel 1503, che revocò la scomunica inflitta ai Colonna per l'appoggio dato a Carlo VIII in occasione della sua discesa in Italia e restituì loro tutti i beni confiscati.
Il feudo di Genazzano fu di nuovo brevemente sottratto ai Colonna con la Repubblica Romana e poi nel periodo della dominazione napoleonica. Solo nel 1816 i Colonna rinunciarono alle proprie prerogative feudali e Genazzano divenne territorio della Comarca. Pochi anni dopo, fu annesso al Regno d'Italia.
L'economia, basata prevalentemente sull'agricoltura e la pastorizia, non consentì al paese lo sviluppo sperato sino alla fine della seconda guerra mondiale.
Attualmente il paese vive della produzione di vino e di olio di ottima qualità e di pendolarismo verso Roma.
A destra della Porta Romana sorge la Chiesa di Santa Croce, di origine medioevale ma ristrutturata in epoca barocca. La duecentesca Chiesa di San Paolo, dominata dal campanile, ha subito anch' essa numerosi restauri. Il celeberrimo Santuario della Madonna del Buon Consiglio era in origine una piccola chiesa dedicata alla Vergine. Edificata nel XIII secolo, nel 1356 fu donata dai Colonna ai frati agostiniani, che decisero di annettervi un Convento. La tradizione narra che nel 1467 apparve per miracolo su una parete della Chiesa l'effigie della Madonna con il Bambino staccatasi da una chiesa di Scutari, in Albania, per sfuggire ai musulmani. Da allora il Santuario che costodisce la sacra immagine, ricostruito nel XVII secolo, è meta frequentatissima di pellegrinaggio.

 

 

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Sambuci

Come per molti altri paesi della valle dell'Aniene, Sambuci vede le sue origini legate all'affermarsi dell'ordine benedettino nel Lazio e in particolare alla storia dell'abbazia di Subiaco. La prima notizia documentata dell'esistenza di un insediamento nella zona in cui oggi sorge Sambuci è infatti il General Privilegio con cui il papa Nicolò I confermava all'abate Leone di Subiaco tutti i beni del monastero sublacense e tra questi anche " sambuci. cum  ecclesia sancti thomae. in desertis posita." Il Privilegio è databile tra l' 858 e l' 867 d.C.

In un ulteriore documento del 971 d.C. troviamo mensonato il fundum Sambuculum. Sambuci passò per alcuni anni tra i possedimenti dell'abate Leone di San Cosma e Damiano di San Cosimato.

A riportare il fundum Sambuculum  tra i possedimenti dell' abbazia sono ancora le cronache sublacensi del 1501 d. C. e un'iscrizione del 1502 nel chiostro del monastero di Santa Scolastica.

Tra il XII e il XIII secolo la Valle dell'Aniene venne segnata dalle incursioni dei tiburtini, dei campani, delle truppe di Federico Barbarossa e di Corrado Antiochia, impegnati nella lotta contro lo Stato Pontificio.

Dal XVI secolo la storia di Sambuci si identificò con quella del suo Castello che con casupole e terreni passò sotto il governo di numerose famiglie nobili laziali.

Nel 1878 il Castello fù definitivamente acquistato da Don Girolamo Theodoli, figlio della marchesa Laura.  I Theodoli, signori anche di Ciciliano e San Vito Romano, incentivarono il lavoro nei campi e promossero la costruzione di mulini per l'olio e il grano.

Con regio decreto del 1926 Vittorio Emanuele III riconobbe il titolo di Marchese di Sambuci a tutti i primogeniti  discendenti da Alberto, figlio di Girolamo Theodoli.

Tra il 1943 e il 1944  Sambuci subì l'occupazione delle truppe tedesche che si stanziarono nel Castello nascondendo i carri armati nel parco. Negli anni sessanta le propietà dei Theodoli, vennero vendute ad una società immobiliare per poi essere riacquistate dal Comune nel 1991.

 

Agosta

Agosta

Comune di Agosta

Il paese, situato nell'alta Valle dell'Aniene su un costone di roccia calcarea alle falde occidentali dei Monti Simbruini, fa derivare il suo nome da un' antica sorgente, l'Aqua Augusta, così chiamata in onore di Ottavi ano Augusto che nell' 11 a.c. ne fece confluire le acque nell'Aqua Marcia, oppure da aqua hausta (acqua bevuta).

I primi abitanti del territorio su cui sorge Agosta furono Italici; i Latini vi si stanziarono nel X secolo a.c., poi subentrarono gli Equi, soppiantati nel IV secolo a.c. dai Romani che, in epoca repubblicana, edificarono grandiosi acquedotti per convogliare le acque dell'Aniene nell'Urbe sempre più bisognosa di rifornimenti idrici. Nel 272 a.c. fu iniziato l'Anio Vetus, nel 144 a.c. si avviarono i lavori per la costruzione dell'Aqua Marcia. Dopo la caduta dell'Impero Romano anche Agosta, come tutti i centri della Valle dell'Aniene, subì i saccheggi prima dei Longobardi poi dei Saraceni.

L’incastellamento di Agosta avvenne tra il X e l' XI secolo, contemporaneamente a quello di tutti i centri della zona appartenenti, come Aqua Augusta, al Monastero di Subiaco. Per tutto il Medioevo Agosta fu coinvolta nelle lotte feudali: i 'feudatari' da cui era contesa erano gli abati di Subiaco da una parte e i vescovi di Tivoli dall'altro. Ai primi spettava la giurisdizione temporale sulla cittadina, ai secondi quella religiosa.

Quando l'Abbazia di Subiaco fu affidata a un 'commendatario', il feudo di Agosta passò dai Colonna ai Borghese e quindi, fino al 1738, ai Barberini: in quell' anno infatti cessò la consuetudine di assegnarlo a un membro della famiglia papale. Nel 1870 tutto il territorio gravitante attorno all'Abbazia fu annesso allo Stato italiano.

Ad Agosta sono visibili i resti del Castello e del Borgo medievali, e una delle porte che chiudevano le mura (l'attuale Porta di Santa Maria). La settecentesca Parrocchiale di Santa Maria Assunta, edificata su un tempio cimiteriale più antico, ha una struttura tipicamente neoclassica; caratteristico è il Campanile, che ha aspetto romanico nella torre e arabizzante nella cupola a cipolla.

Lungo la Via Sublacense è il Santuario della Madonna del Passo, venerata dagli abitanti di Agosta fin dal 1615, quando l'immagine della Vergine guarì miracolosamente una contadina che, invasata dal demonio, non riusciva a camminare: da questo episodio deriverebbe il nome 'Madonna del Passo'. In quella località, pochi giorni prima della fine del secondo conflitto mondiale, furono trucidate 15 persone tra le quali cinque agostani. In località La Porta sorge l'Arco del Cardinale, costruito nel 1503 in onore del cardinale Giovanni Colonna.
L’economia di Agosta è basata sull'agricoltura, che produce ottime visciole. Tuttavia, la vicinanza del paese a Roma ha favorito il pendolarismo degli abitanti.

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